Raffaele Paparella Treccia

L’uomo, il professionista, il mecenate

Raffaele Paparella Treccia nasce a Chieti il 25 marzo 1913, si dedica a studi classici e si laurea nel 1937 in Medicina e Chirurgia a Bologna. Durante la Seconda Guerra Mondiale è a Roma, assegnato, in qualità di Ufficiale Medico, a un reparto per la cura di feriti di guerra. Al termine del conflitto resta in clinica ortopedica: è interno di Anatomia Patologica ed assistente in reparti ospedalieri di Medicina Interna e Chirurgia, aiuto nella Clinica Ortopedica dell’Università. Consegue la libera docenza nel 1949. È incaricato della Direzione dei Reparti Ortopedici dell’Istituto Principe di Piemonte di Ariccia e all’Ospedale Villa S. Pietro dei Fatebenefratelli in Roma. Socio onorario della Società Italiana di Ortopedia, della Società Italiana di Chirurgia del Piede e Socio Effettivo della Società Internazionale di Chirurgia del Piede. Autore di oltre cinquanta lavori scientifici del più vario tenore e di due volumi, Il piede dell’uomo (1977) e L’uomo e il suo moto (1988), che hanno destato ampia risonanza e a tutt’oggi sono ancora utilizzati nelle Università italiane come punti di riferimento scientifico. Nel 2006 pubblica il volume Bellezza e conoscenza, in cui approfondisce il rapporto tra bellezza e linguaggio matematico, concentrandosi sulle particolarità decorative delle maioliche di Castelli. Dopo aver chiuso, a ottant’anni, la pratica professionale, si dedica con entusiasmo allo studio del moto dell’uomo seguendone l’allineamento con i dettami della conoscenza fisico-biologica. Le sue altissime qualità professionali, unite a quelle umane, lo hanno reso clinico di popolarità internazionale e lo hanno portato a curare personaggi importanti del mondo della politica, della cultura e dello sport.

Ha vissuto sin dall’infanzia nel culto dell’arte figurativa, grazie agli interessi della madre Antonietta Martinetti Bianchi la quale, sotto la guida di Vincenzo Alicandri, esponente della grande scuola pittorica abruzzese dell’800, dipingeva già in giovane età cartoni, tele e stoffe. Ma v’era nell’aria un incontro con l’arte ulteriore: quello propiziato dal padre, cultore della storia di questa nostra impareggiabile terra, e del suo policromo e canoro folklore. Giustino Paparella, infatti, usava raccontarlo, il nostro folklore, con la fresca armonia del dilettante, mettendo in musica versi di tanti amici dall’estro poetico, da Modesto Della Porta e Antonio Ambrosini, a Luigi Dommarco. È così che tutto diventa chiaro: gli ingredienti fondamentali per il futuro viaggio verso l’arte del Professore erano nell’aria. E nello specifico di quell’arte dipinta sui piatti e sulle mattonelle castellane esposte nel salotto dei nonni. Ora che queste non c’erano più – cadute sotto l’ascia del tempo o passate di mano – il giovane Paparella le ricorda e le riscopre, grazie alla commovente umanità della sua missione di medico ortopedico e al fascino del connubio tra bellezza e giustezza. È stato un percorso obbligato respirare una tale atmosfera e mettersi alla ricerca, non appena in possesso dei mezzi economici adeguati forniti dalla professione di ortopedico, di qualche esemplare di maiolica abruzzese da portare a casa per la gioia della madre, ancora sollecita all’arte figurativa, e del padre, non dimentico delle giovanili armonie. Sono queste le forze che muovono il Professore a iniziare una collezione che, nel corso dei decenni, assumerà prestigio internazionale, ricomprendendo essa opere dei più grandi e famosi ceramisti del ‘500, ‘600, ‘700 e ‘800 castellano quali Orazio Pompei, Francesco Grue, Carlo Antonio Grue, Carmine Gentili, Candeloro Cappelletti, Gesualdo Fuina ed altri. Un’impresa scaturita dalla teoria fatta propria, ipotizzata dal fisico e filosofo francese Jean Emile Charon, secondo cui la materia è un’entità pensante. Sono dunque la terra del Gran Sasso, gli alberi che danno il fuoco alle fornaci che la cuociono, l’acqua che lava i colori, ad avere una sola grande speranza: tornare a casa ovvero in terra d’Abruzzo.

Per soddisfare tale desiderio, Paparella ha naturalmente dedicato, per mezzo secolo, ampi spazi del suo tempo libero a viaggiare per il mondo allo scopo di reperire le antiche ceramiche di Castelli, le stesse che oggi fanno parte della Collezione permanente, godibili all’interno del Museo Paparella Treccia e Margherita Devlet.

Dopo la prematura scomparsa dell’amata consorte, il Professore, anche allo scopo di non disperdere la splendida collezione e vanificare il suo impegno per realizzarla, decide di donarla alla città di Pescara, attraverso l’istituzione di una Fondazione. Oltre alla collezione di ceramiche, ha donato anche una serie di importanti dipinti antichi, pregiato mobilio e la nobile Villa Urania, storico edificio tanto familiare a molti pescaresi costruito a cavallo tra l’800 e il ‘900, sede oggi della Fondazione e del Museo Paparella Treccia e Margherita Devlet, situato in prossimità della centralissima piazza Salotto.

Questo munifico gesto del Professor Paparella ha arricchito il territorio di una Istituzione dedita alla celebrazione della bellezza, alla stimolazione dell’interesse delle nuove generazioni verso l’arte e alla sensibilizzazione del pubblico alla diffusione e valorizzazione del patrimonio artistico del proprio territorio. Ed è per questo che la donazione Paparella ha rappresentato e rappresenta uno snodo fondamentale per la vita sociale e culturale della nostra città, oltre a costituire un tesoro di inestimabile valore economico.

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