Villa Urania

Villa Urania oggi sede della Fondazione Raffaele Paparella Treccia e Margherita Devlet, è una costruzione in stile eclettico risalente al 1896. La palazzina quadrangolare ha un unico livello, ma al centro emerge un attico concluso a timpano. L’attico si apre su un terrazzo, sostenuto da quattro colonne doriche che formano tre aperture ad arco a pieno centro. La villa fu eretta dal barone Giandomenico Treccia di Loreto Aprutino, il quale dedicò all’amata consorte, Urania Valentini, questa aristocratica residenza estiva costruita secondo il gusto dell’epoca e ubicata nel pieno centro della città di Pescara, all’epoca Castellammare Adriatico.

 

Il cavallo di Aligi Sassu

All’interno del giardino di Villa Urania è posizionato il Grande Cavallo Reale di Aligi Sassu (1999-2000), una scultura in vetroresina alta tre metri poggiante su una base metallica, raffigurante un maestoso cavallo rampante, opera del noto pittore e scultore italiano Aligi Sassu. Punto ormai di riferimento cittadino per Pescara, e parte integrante del profilo urbano e architettonico del Museo Paparella Treccia, la monumentale scultura è presente nei giardini della Villa dal 2010, quando vi fu collocato in occasione dell’inaugurazione della mostra 100 Cavalli di Aligi Sassu, in cui venivano proposte al pubblico cento opere fra ceramiche e sculture di Sassu realizzate tra il 1939 e il 1965.

Quella dei cavalli è una tematica primaria nell’arte di Sassu, “espressione di libertà e dinamismo, sintesi necessaria di istinto e coscienza, il cui galoppo associa alla corsa delle onde, impetuoso come impetuosa è la sua ricerca di verità e l’ansia di assecondare le esigenze della propria anima. Il mare è simbolo della nascita, secondo gli antichi Greci, dall’acqua viene la vita e il galoppo del cavallo sulle rive del mare evidenzia il desiderio ancestrale di rinascita, di trascendere la realtà” (tratto dal sito Archivio Aligi Sassu).

«C’erano in Sardegna cavalli rossi e neri, ambrati e sauri, pezzati, morelli e persino verdi: sì, di cavalli verdi diceva una favola, che raccontava delle incursioni saracene sino alla piana verde di Chilivani. Nella fantasia della narrazione fiabesca, la verde bandiera di Maometto si era trasformata in una tumultuosa Bardana di cavalieri e di destrieri dello stesso colore, orde lanciate alle ruberie, al saccheggio delle genti dell’isola. E agli occhi miei – come forse agli occhi degli altri ragazzi – i cavalli non erano più gli animali stanchi dei pastori solitari che rientravano a casa nella luce dorata del tramonto. Erano piuttosto i cavalli nervosi, dalle code sferzanti come fruste e dalle criniere inquiete, che Andrea Ninniri, il fabbro poeta di Thiesi, ferrava nel suo antro nero e fumoso, rischiarato a tratti da fiamme e faville». (Aligi Sassu, 1998)